Banche, dalle colpe a un nuovo compito
Il governatore della Banca d'Italia ha finalmente sollevato il velo su uno dei problemi più gravi che oggi assilla l'economia: la mancanza di credito per lo sviluppo. Negli ultimi mesi il sistema bancario ha cercato di nascondere in tutti i modi questa responsabilità, che era invece evidente a molti, soprattutto alle imprese che hanno piani di investimento bloccati proprio da carenza di liquidità. Anche se non tutte le banche hanno ridotto gli impieghi in egual misura, il dato aggregato indicato da Ignazio Visco è allarmante: 20 miliardi in meno di credito alle imprese nel solo mese di dicembre, proprio quando la Bce aveva aperto, come mai prima, le proprie linee di finanziamento. È da sperare che questa situazione venga presto superata, altrimenti la recessione già in corso si avviterà in una depressione sempre più profonda. Questa vicenda conferma ancora una volta la centralità del sistema finanziario nel funzionamento dell'economia. Le banche non sono imprese come tutte le altre. Ce n'eravamo accorti nel settembre 2008 con il crollo di Lehman Brothers, una banca d'affari che aveva accumulato 500 miliardi di debiti (un terzo del Pil italiano!), a fronte di attivi gonfiati grazie ad operazioni spregiudicate e alla compiacenza delle società di rating (le stesse che continuano a dettare le pagelle ai debiti sovrani!). Com'è noto, tale crollo ha scatenato una reazione a catena che è alla base della più grave crisi economica mondiale dal 1929. La stabilità finanziaria è dunque un bene pubblico che richiede, oltre a una garanzia statale sui depositi bancari, una rigorosa regolamentazione sui requisiti patrimoniali, un'attenta sorveglianza da parte delle autorità monetarie e criteri certificabili di erogazione del credito. Ma il rilievo “politico” del sistema bancario è dovuto anche al fatto che nel suo servizio di intermediazione fra risparmi e investimenti concorre in realtà a orientare lo sviluppo: concedere un prestito a un'impresa rispetto a un'altra, o privilegiare un settore (ad es. l'immobiliare) rispetto ad un altro (es.: industria high tech), contribuisce infatti a decidere le traiettorie di un'economia. Saper offrire un nuovo prodotto finanziario o mettere a disposizione competenze e strutture per accedere ad un mercato estero, può risultare decisivo per l'evoluzione del tessuto produttivo e per i livelli e la qualità dell'occupazione di un territorio. Così come è fondamentale per la competitività di un sistema economico la capacità delle banche di sostenere la realizzazione di infrastrutture, promuovere la natalità imprenditoriale e la successione generazionale delle aziende. Dobbiamo tuttavia riconoscere che non sempre le banche italiane hanno saputo offrire servizi innovativi a imprese e famiglie, preferendo l'erogazione a sportello di finanziamenti garantiti. E non è raro che il valore “sistemico” delle banche - tutte “troppo grandi per fallire” - sia stato usato per mantenere sacche di privilegi e inefficienze, puntualmente pagate da clienti e risparmiatori. In questo senso, la politica di aggregazioni che ha per anni distinto il settore bancario in Italia non ha sempre aiutato a migliorare la qualità del servizio. Tuttavia, se c'è un errore che dobbiamo evitare è la tentazione, mai placata, di un ritorno al controllo politico e sindacale sulla governance bancaria. Alle banche si chiede semmai oggi di uscire allo scoperto e svolgere fino in fondo la propria parte. Che non è solo tornare ad erogare credito all'economia, ma anche di contribuire ad una nuova stagione di sviluppo, nella quale il capitale da finanziare sarà sempre più quello umano (istruzione, formazione cultura), tecnologico (ricerca, innovazione, internazionalizzazione) e ambientale (efficienza energetica, mobilità sostenibile). Se il sistema finanziario ha gravi responsabilità nella crisi attuale, è difficile immaginare di uscirne senza un suo profondo rinnovamento. GIANCARLO CORÒ
