Vicentine sotto i ferri per le protesi francesi

CHIRURGIA ESTETICA. Sono finora tre i casi accertati al San Bortolo di impianti realizzati con i dispositivi prodotti dalla Pip che utilizzava un silicone di bassa qualità. La risonanza magnetica  ha accertato che le capsule  si erano rotte. È stato necessario estrarle e ripulire i linfonodi
22/02/2012
Esempi di protesi da utilizzare per la mastoplastica additiva, in un'immagine di repertorio

Vicenza. Una telefonata. Una voce preoccupata. «Dottore ho paura. Ho messo la protesi. Non so se sia quella francese di cui parlano i giornali. Ma io ho male al petto, sotto le ascelle». Il primario di chirurgia plastica dell'ospedale Maurizio Pegoraro non ha la minima incertezza: «Venga subito qui per un controllo». La donna è una libera professionista vicentina di 36 anni. Qualche anno fa, in un noto centro oncologico di Milano, le hanno ricostruito la mammella distrutta da un tumore con una protesi al silicone.  Lo stesso è accaduto a una vicentina di 34 anni, un'impiegata. Anche lei ha fatto ricorso al centro tumori lombardo per ricostruire con la mastoplastica additiva il seno asportato con la chirurgia. Non sente dolore ma è spaventata. Teme di avere addosso una di quelle protesi che si sospetta possano essere cancerogene. L'esperienza di una terza vicentina, una mamma di 35 anni, è diversa. Era il 1998. Aveva un seno acerbo da adolescente, voleva diventare più seducente, e al San Bortolo le dissero che il problema si poteva risolvere. Proprio quell'anno in ospedale si sperimentava un nuovo tipo di protesi prodotta da un'azienda francese, di cui all'epoca non si sospettava nulla. Il dott. Pegoraro lo ha scoperto dai registri del reparto. Fu un medico del reparto di chirurgia plastica del San Bortolo di allora a impiantarlo e la ragazza se ne uscì felice dalla sala operatoria. Anche lei sente la storia della protesi incriminata e chiama Pegoraro. Il primario sottopone le tre donne alla risonanza magnetica e il responso non consente dubbi. Le tre protesi mammarie si sono rotte.  Le protesi sono state fabbricate dall'azienda francese Pip, la Poly Implant Prothese. Sono proprio quelle al centro di uno scandalo per la loro potenziale pericolosità, e di cui il ministero della salute ha vietato l'utilizzo a partire dal primo aprile del 2010. Non solo si rompono precocemente ma sono sospettate di provocare il cancro. A partire dal 2001 le protesi Pip - come ha confessato il fondatore della Pip Jean-Claude Mas e come ha scoperto l'agenzia francese responsabile per i dispositivi medici - sono state riempite con un gel di silicone non autorizzato. In effetti i dati pubblicati in Francia da un Comitato medico hanno provocato un allarme generale: ben 1.143 le protesi rotte, 672 espianti, 20 casi di cancro segnalati su donne vittime delle protesi Pip, di cui 2 mortali. Le autorità transalpine hanno raccomandato a 30 mila donne a farsele togliere, pur non essendo provato un nesso certo fra tumore e questo gel chimico costruito con resine usate per i carburanti e la gomma. L'allarme è diventato mondiale in quanto sarebbero 400 mila in 65 Paesi, dall'Europa all'America Latina, le donne portatrici di una protesi Pip fatta con questo silicone proibito che costava dieci volte meno del gel standard.  In Italia il ministro Balduzzi ha ordinato un censimento fra tutti i centri che l'hanno impiantata, anche se ha ribadito che non esiste alcuna correlazione fra questa protesi e il rischio di cancro, il problema è solo che si romperebbe più facilmente. In ogni caso il Ssn si farà carico della loro sostituzione in presenza di precise evidenze cliniche. «Sì - conferma il dott. Pegoraro - il silicone cattivo della Pip è iniziato dal 2001. Una volta che si rompono queste protesi danno problemi perché vanno a finire nei linfonodi, provocando reazioni». Le tre donne vicentine sono state operate. Pegoraro ha estratto le capsule, ha ripulito qualsiasi traccia di silicone, e a una ha dovuto togliere i linfonodi invasi dal gel vietato. Nessuna delle tre ha chiesto un nuovo impianto.COPYRIGH

Franco Pepe