«Va rinnovata la pastorale Suoneremo i campanelli E più vicinanza alla gente»

17/02/2012

«Sono preoccupato per non dire di più di fronte ai dati problematici che abbiamo davanti, ci invitano a ripensare la nostra attività pastorale». Mons. Lucio Soravito De Franceschi, 72 anni vescovo di Adria-Rovigo dal 2004 e vicepresidente del comitato preparatorio di Aquileia 2 ha già chiare le piste da seguire. Innanzitutto prende gli aspetti positivi e parte da un punto di forza, il clero ancora numeroso e il giudizio tutto sommato ancora positivo sulle parrocchie, anche se meno centrali di un tempo e più in difficoltà: «Il bisogno di spiritualità, l'apertura al senso religioso, l'esigenza di maggiore autonomia che è un valore da difendere, il bisogno di un cattolicesimo non senza chiesa sono senz'altro dei punti che emergono». Ecco quindi alcune strategie su cui ripensare la pastorale triveneta, aspetti da approfondire anche nel prossimo convegno di Aquileia: «Innanzitutto impostare la nuova pastorale non chiusa dentro le parrocchie ma incarnata sul territorio. Mi verrebbe da dire che dobbiamo passare dalla pastorale delle campane a quella dei campanelli, nel senso che come immagine non dobbiamo chiamare la gente in chiesa ma andare noi a suonare i campanelli delle case, recarci dove la gente vive, passare alla relazione facendo sentire le persone a loro agio». Il tema del cambiamento appassiona l'alto prelato: «Occorre ripensare il modo di agire in maniera più missionaria, uscire da un'immagine vecchia di parrocchia, costruire un progetto su misura per i giovani, un'azione sempre più personalizzata». Uno dei nodi è quella dell'incertezza che caratterizza sempre di più gli stessi cattolici: «L'area dell'incertezza va presa sul serio, è necessario imparare ad interlocuire con il dubbio. Più che un elenco di dottrine dobbiamo raccontare la nostra esperienza di vita cristiana». Il vescovo è consapevole che molti rinnovamenti ci sono stati dopo il Concilio «ma quello che si è rinnovato poco è che la fede è rimasta più tradizionale». «Serve uno sbocco comunitario - osserva Soravito - giocato insieme e incarnato nelle scelte sociali e politiche, serve creare rapporti di relazione. Ma non senza chiesa. Uno sbocco etico finisce per sfociare nel relativismo. Quando la messa è finita dico ai fedeli: ora andiamo a viverla fuori».R.B.